Pubblicato da: sergiolapenna | 30 novembre 2009

Faccia a faccia fra i presidenti della quarta e della quinta Commissione, Pittella (Pd) e Lapenna (Pdl), sulle prospettive del Servizio sanitario regionale dopo l’avvio del riassetto organizzativo delle Asi e la riforma del settore socio-sanitario

Marcello Pittella (a sinistra) e Sergio Lapenna

Risale a poco più di un anno fa l’approvazione della Legge regionale n. 12 del 2008 che rinnova il Sistema sanitario locale. Assieme ad un’altra legge, la n. 04 del 2007, la Regione ha avviato una riforma che vede la definizione delle aree sanitarie in distretti con ambiti territoriali ampi, puntando sulla coincidenza tra l’ambito territoriale e quello sociale: un modello “a rete” che comprende e integra la rete ospedaliera regionale e le reti infra e interaziendali, con l’obiettivo di garantire continuità dell’assistenza e dell’integrazione tra ospedale e territorio. L’idea che sottende la riorganizzazione del sistema è la costituzione di un Distretto “forte” (Distretto della salute) che inglobi sia le funzioni di produzione che di tutela/committenza e che sappia rappresentare il luogo naturale dell’integrazione sociosanitaria. Nell’ottica della norma, il Distretto dovrà rappresentare anche il luogo dello sviluppo della progettualità a tutela del benessere complessivo della popolazione, con il passaggio, per quel che riguarda l’area sanitaria, da una medicina d’attesa ad una medicina d’iniziativa che valorizzi la prevenzione e non solo la cura. Una riforma complessa, dunque, che richiede non solo una ridefinizione degli assetti organizzativi, ma anche un nuovo modello culturale ed una partecipazione attiva da parte di tutti gli operatori del sistema, dipendenti e convenzionati, pubblici e privati.

In un faccia a faccia, i consiglieri regionali Marcello Pittella (Pd) e Sergio La penna [Pdl], presidenti rispettivamente della IV e V Commissione regionale, si confrontano sulla stato d’attuazione della riforma. E mettono in luce potenzia- lità e debolezze, aspetti innovativi e incongruenze, di quella che ad ogni modo rappresenta una svolta sociale oltre che sanitaria.

Poco più di un anno fa è entrata in vigore la legge sul riassetto organizzativo del Servizio sanitario regionale: da 5 Asl si è passati a 2, oltre l’Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza e il Crob di Rionero, che nel frattempo ha ottenuto il riconoscimento di Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico. A che punto siamo in questa svolta così complessa?

Lapenna – Sulla riforma il Popolo della Libertà ha espresso, già in sede di approvazione, un giudizio negativo in quanto il provvedimento non teneva conto della situazione dell’intero sistema regionale. Ad oggi il cammino della riforma è claudicante: ci sono ancora atti amministrativi che prevedono la proroga dei commissari liquidatori e ancora da risolvere è il problema dell’organizzazione dei distretti sanitari. Non c’è stata una scelta chiara da parte del Dipartimento Sanità sulla mission che dovranno avere gli ospedali dislocati su tutto il territorio regionale. Noi del Pdl riteniamo sia importante, ad esempio, dare al San Carlo di Potenza la caratura di “policlinico universitario”. In questa ottica, il Dipartimento dovrebbe definire delle specialità di alto profilo per l’Azienda in modo da poter offrire servizi sempre più mirati verso la diagnosi e la cura delle malattie oncologiche, ad esempio, coordinando le attività c.on quelle del Crob di Rionero. Ma su questo versante mancano ancora proposte. Per favorire il coordinamento dei vari ospedali presenti sul territorio è necessario, secondo noi, garantire la mobilità sul territorio delle alte professionalità. Il Dipartimento Sanità dovrebbe, quindi, investire su queste figure, a prescindere dalla loro localizzazione sul territorio, in quanto la prima questione da affrontare è la salute del cittadino e il diritto ad avere la stessa assistenza, che abiti a Noepoli o a Terranova del Pollino, piuttosto che a Potenza o a Roma. Per conseguire questo risultato, è impensabile avere ospedali che offrono tutti i servizi: è giusto, invece, che venga data un’indicazione su quale specializzazione indirizzarsi. Gli interventi di carattere ordinario devono essere allocati sul territorio ma per le patologie più importanti dobbiamo poterei rivolgere ad alte specialità. Un dato sul San Carlo: il numero delle prenotazioni è diminuito di circa il 30% rispetto agli anni precedenti. Qualcosa non funziona e la politica è chiamata a intervenire. Il vero problema da risolvere è, quindi, l’applicazione della legge.

Pittella – La maggioranza che governa la Regione Basilicata ha approvato la riforma del sistema sanitario perché potesse dare risposta a tre richieste fondamentali: maggiore efficienza e armonizzazione nell’erogazione dei servizi, rendere più economico il sistema sanitario, fermo restando il saldo attivo anche in termini di risposte alle domande di salute, e riequilibrare, attraverso la ridefinizione delle prerogative delle strutture sanitarie, il rapporto tra centro e territorio. Durante la seduta del Consiglio regionale in cui si è discussa la legge, io manifestai critiche e preoccupazioni che rimarranno tali finché non avrò verificato se i presupposti su cui si fondava la riforma verranno realmente soddisfatti dagli atti conseguenti che giacciono all’attenzione della Giunta regionale, della quarta Commissione consiliare, di cui sono presidente, e del Consiglio regionale. Meriterà particolare attenzione la definizione del ruolo e della mission dei distretti sanitari: la salute non è soltanto ospedali, ma anche medicina del territorio, medicina preventiva, contatto anche con i bisogni più semplici che stanno alla base delle esigenze di ospedalizzazione dei cittadini. Occorre stabilire i criteri da adottare nella definizione dei distretti e la rispettiva mission in modo da riequilibrare i servizi e rispondere alle esigenze di tutto il territorio regionale, in particolare delle zone periferiche. Come maggioranza che governa questa regione, abbiamo scelto di non chiudere nessun nosocomio ma di riorganizzare la rete di strutture definendo competenze specifiche: il nuovo piano sanitario regionale deve quindi soddisfare l’intera domanda di salute definendo ruoli e funzioni. Un’ultima battuta sulla questione dei commissari liquidatori di cui parlava il consigliere

Lapenna: una riforma complessa come quella del sistema sanitario regionale, in tutte le sue sfaccettature, non può attuarsi in pochi mesi. Noi riteniamo necessari almeno 12/18 mesi, durante i quali attuare la necessaria funzione di accompagnamento nel passaggio da 5 a 2 Asi e quindi verso un nuovo progetto di sviluppo sanitario.

Si accennava alla questione della proroga delle attività dei due commissari liquidatori.

Sono davvero figure così necessarie?

Lapenna – Sui commissari liquidatori va detta una verità. Dai dati forniti dal Dipartimento Sanità si può notare che la debitoria al 2008 delle Asi disciolte ammonta a 39 milioni di euro. La funzione dei commissari – che sono due – è principalmente finanziaria e di fronte a questo dato non ci si può che porre una domanda: perché devono continuare ad esistere? È come se un avvocato, terminato un processo e a sentenza definitiva, debba continuare difendere il suo cliente. È vero che i commissari liquidatori hanno anche altre funzioni ma sono minimali ed è un peccato che delle menti così eccelse nel campo sanitario vengano impiegate per svolgere funzioni di carattere amministrativo. Il centro sinistra ha sbagliato nell’utilizzare queste figure per tacita re problemi non sanitari ma politici.

Pittella – La Giunta regionale e la maggioranza di centrosinistra non hanno inteso prorogare le funzioni dei due commissari per chiudere un cerchio politico. Lo ha fatto perché una riforma complessa come questa necessita di una fase di accompagnamento per affrontare questioni che hanno anche sfaccettature contabili e amministrative e per rendere più omogenei possibili ruoli e funzioni di compatti e dipartimenti che fino a pochi mesi fa avevano una gestione autonoma. Diventa necessario, ora, armonizzare attività che erano suddivise per singole strutture e che oggi invece vanno considerate come azioni svolte da un’unica azienda sanitaria che conta 400 mila utenti, gli abitanti della nostra regione. Inoltre, è ai commissari liquidatori che la Corte dei Conti chiede informazioni sui bilanci degli anni 2007/2008 e parte del 2009 perché, pur non essendo attualmente direttori generali, formalmente risultano ancora come responsabili delle aziende. In questa ~direzione va anche una mia proposta di proroga delle attività dei revisori dei conti, garanti della documentazione amministrativa e contabile. Abbiamo bisogno di almeno sei mesi di tempo per portare a compimento questa transizione e non credo ci sia da gridare allo scandalo considerando che non ci sono seri aggravi di spesa per il mantenimento di queste figure.

 

Quale ruolo dovranno svolgere i distretti sanitari?

Pittella – AI di là di quanto prevede la legge, ritengo che i distretti sanitari siano il luogo in cui si possa consumare fino in fondo la capacità di dare risposta anche alla più semplice domanda di salute che il cittadino manifesta prima di ricorrere alla eventuale necessaria ospedalizzazione. Tutto ciò che viene prima dell’ospedale deve essere distretto. Dalla medicina dei prelievi, ad esempio, all’assistenza domiciliare integrata, dalle cure primarie alla prevenzione e alla specialistica ambulatoriale. Il distretto è come un contenitore che rappresenta un punto di contatto tra il cittadino e il sistema sanitario. In una regione dai piccoli numeri come la nostra, potenziare i distretti significa cogliere il profondo bisogno di cittadini e al tempo stesso impedire l’accesso facile agli ospedali e ricoveri non indispensabili. Per rafforzare i distretti è necessario, innanzitutto, concedergli un’autonomia economica per poter costruire, strutturare e meglio potenziare la sua organizzazione. Inoltre, deve avere capacità e autonomia di programmazione e un’autorevolezza riconosciutagli anche nella nomina del capo del distretto che alle funzioni tipiche di un direttore generale di un’azienda sanitaria deve affiancare, integrandole, altre diverse ma complementari che si renderanno necessarie quando la riforma diventerà effettiva. In aggiunta, i distretti devono svolgere anche una seconda missione attuativa, quella cioè relativa alla riorganizzazione della rete della cittadinanza solidale (Legge regionale n. 04/2007). Ciò che prima, nel sociale, afferiva solo alle competenze dei Comuni – con la Regione che mediante la concessione di finanzia menti consentiva loro di autodeterminare le iniziative del settore – ora è affidato alle aziende sanitarie che intervengono sia sul settore sociale che socio-assistenziale. Perquesto motivo, un distretto o è capace per autonomia, autorevolezza e dotazione finanziaria, di autodeterminarsi – natu raImente interfaccia ndosi con gIi altri Iivell i decisiona Ii – o aItri menti noi abbiamo fallito lo spirito della legge.

Lapenna – Pur essendo in linea di principio in disaccordo con gli orientamenti della sinistra, su questo argomento non ho difficoltà a manifestare la mia adesione a quanto espresso dal consigliere Pittella. Mi vorrei soffermare su due principi di questa riforma sanitaria che informano l’articolo 32 della Costituzione: il primo è il diritto alla salute del cittadino, il secondo è il risparmio. Come coniugare nella legge n. 12 due diritti che sottendono interessi tra loro molto diversi? Da un punto di vista concettuale, il ruolo del direttore del distretto potrebbe entrare in conflitto con quello del direttore generale, in quanto gli ambiti di operatività sono diversi: il direttore generale della Asi provinciale si dovrà occupare innanzitutto degli ospedali, mentre la gestione della fase della pre-ospedalizzazione sarà affidata al capo del distretto. Perfar questo, per organizzare una rete sul territorio che consenta di andare incontro al diritto alla salute del cittadino “pre-ospedalizzato” e, allo stesso tempo, di agire nell’ottica del risparmio, l’autonomia finanziaria dei distretti diventa assolutamente necessaria. Oggi un posto letto costa oltre 300 euro al giorno: non è da escludere che da un punto di vista di responsabilità aziendale un direttore generale possa avere, per far quadrare i conti, un interesse sulla ospedalizzazione mentre, invece, la cassa regionale – che sottende ai dettati del patto della salute stabilito dalla conferenza Stato-Regioni – ha un maggiore interesse a limitare quel tipo di spesa: un risultato che si può raggiungere solo potenziando i poteri del capo del distretto che meglio di chiunque altro conosce territori ed esigenze dei cittadini. Quindi, a mio parere, i direttori dei distretti non possono esseresottoposti ai direttori generali ma devono godere di autonomia e, allo stesso tempo, rapportarsi con un’autorità esterna a cui far riferimento e che a sua volta dovrà valutare l’operato delle due figure. Quindi, per far funzionare questa riforma sanitaria – da noi sempre criticata – bisogna far sì che i distretti, che saranno l’anima dei territori, godano di autonomia finanziaria e dell’indipendenza dei rispettivi direttori

Riassetto organizzativo delle Asl: quali le potenzialità e come superare i problemi emersi?

Lapenna – I problemi della riforma sono chiari. Nel mio intervento durante la seduta del Consiglio regionale in cui si approvò la legge, posi l’attenzione sulla questione del numero degli ospedali. In Basilicata se ne contano 17 e la riforma si deve preoccupare di definire cosa farne. La scelta è stata quella di riorganizzarli invece che sopprimerne una parte. Non discuto la scelta politica ma non è possibile che esistano 8 unità operative che si occupano di ortopedia. Non possono esserci duplicazioni di unità operative: in questo modo, considerando le risorse economiche a disposizione, si va verso una dequalificazione dell’offerta sanitaria. Un’altra questione fondamentale da affrontare è quella della ricerca. Sono necessari investimenti su una struttura come quella del Crob di Rionero che, ricordiamo, ha ottenuto la certificazione di Istituto di ricerca scientifica. Che fare ora? Ricerca di alto livello, innanzitutto, verificando inoltre se ci sono delle opportunità di attivare delle specializzazioni di alto profilo. Eancora, quale ruolo svolgerà l’ospedale di Lagonegro in fase di realizzazione? Ormai non è più possibile pensare a ospedali “tuttoloqi” come è stato fino al 1994: non è il sistema regionale a non consentirlo ma la politica nazionale ed europea. I nostri ospedali devono diventare centri di eccellenza, dei piccoli gioielli. In questa direzione, proprio nel territorio del lagonegrese, nel Comune di Chiaromonte, esiste un centro dedicato esclusivamente alla cura dei disturbi alimentari. Abbiamo, quindi, l’esperienza di come far diventare strutture in disuso dei centri di rilievo. Ad oggi. però, noi riteniamo evidente una mancanza di strategia da parte del Dipartimento Sanità e di un capo che sappia mettere a sistema le esigenze e lepotenzialità degli attori dell’intero comparto e realizzare poi la riforma.

Pittella – lo non credo che a pochi mesi dall’approvazione della riforma si possa pensare di risolvere le criticità proprie di un settore nevralgico e complesso come quello sanitario. Anzi, è proprio nei primi mesi di attuazione della riforma che alcune criticità si fanno sentire più forti, considerando che si va verso la centralizzazione dei poteri decisionali e programmatori nell’ottica della organizzazione di un’unica cabina di regia. Sono due le criticità da superare: ridurre il tasso di ospedalizzazione e soprattutto quello dei ricoveri inappropriati. Inoltre, dobbiamo ridimensionare la forbice che oggi c’è tra la spesa sanitaria sul fondo ospedaliero – che è pari al 55% – e quella per la medicina distrettuale e territoriale. Se riusciremo a ridimensionare questo rapporto e a ridurre questa spesa, potremo dire di avere superato buona parte delle criticità. Tutto questo si può realizzare in due modi: riorganizzando i servizi dei singoli ospedali, evitando così duplicazioni di funzioni, e riducendo l’inappropriatezza dei ricoveri nel rispetto di una visione d’insieme che va racchiusa in un nuovo documento programmatorio sulla salute. Diversamente, non sarà mai possibile superare le criticità. In termini di riorganizzazione di servizi sul territorio, abbiamo già avuto dimostrazione di come si è saputo sfidare il nuovo: l’ex Asi n° 3 ha avuto la capacità di riorganizzarsi secondo la filosofia che attualmente sottostà alla nuova riforma del sistema sanitario, cioè riconversione degli ospedali, riduzione dell’inappropriatezza dei ricoveri e della spesa pur mantenendo intatto il numero dei nosocomi. In questo modo si è data maggiore qualità di offerta in risposta alla domanda di salute anche in ambiti sconosciuti fino a pochi anni fa, disturbi alimentari, autismo, disturbi dell’età evolutiva o quelli legati alle tossicodipendenze o all’alcollsmo. Ecco perché, durante il mio intervento nella seduta del Consiglio regionale in cui si approvò il testo di legge, dissi che sarebbe stato auspicabile far seguire alla riforma un nuovo piano di organizzazione dei servizi. AI Dipartimento chiediamo la stesura di una nuova carta della salute che possa, se non rimuove, attutire le criticità che hanno sempre rappresentato il fianco scoperto della sanità inBasilicata.

 

Sulla riconversione deglì ospedalì quale peso avranno le Asi e in quale direzione bisognerà muoversi?

Pittella – Il centro sinistra ha scelto di riorganizzare la rete ospedaliera e un’attività così complessa necessita di una politica illuminata, possibilmente bipartisan, in grado di socializzare con i territori: o si da una nuova mission al sistema sanitario o si rischierà il suo collasso anche rispetto alla tenuta economica e ai nuovi accordi di programma del settore tra Regione e Governo centrale.

Lapenna – Il presidente Pittella dice una cosa vera. Vista la scelta di conservare tutti i 17 ospedali sparsi sul territorio, bisogna ora orientarne le attività. Occorrerà lavorare, ad esempio, per far diventare il San Carlo di Potenza un policlinico, vista la sua valenza di ospedale di rilievo nazionale, e affidare i servizi di medicina ordinaria ad altre strutture. Per fare questo è necessario, però, investire sul personale sanitario e far arrivare sul nostro territorio professionisti di rilievo per migliorare le professionalità del nosocomio. Torno a ribadire che è necessaria un strategia per affrontare al meglio questo tema. Non si può immaginare di conservare uguali prestazioni in diversi ospedali ma occorre, invece, indirizzare e localizzare gli interventi in modo da far diventare ogni ospedale un centro di  eccellenza.

Crob di Rionero: che fare per potenziare l’azione svolta nel campo della ricerca?

Pittella – Il Crob-Irccs è il fiore all’occhiello della nostra regione e la strategia futura sta nel potenziare le sue possibilità di fare ricerca. La Regione deve sostenere finanziariamente il Centro per realizzare strutture di accoglienza e laboratori ma deve anche, assieme al management del Crob, a cui va un plauso per quanto svolto fino ad ora, porre il tema della ricerca su un livello superiore  attraverso il confronto con il Governo centrale e quello europeo considerando che ci sono canali di finanziamento specifici che, soprattutto al Sud, sono poco utilizzati in questo settore. Abbiamo bisogno, ad esempio, di investire sulla ricerca biomolecolare. Il Crob si deve qualificare come contenitore d’eccellenza e guardare anche oltre i confini regionali e del Mezzogiorno per quanto riguarda la ricerca e la cura delle patologie neoplastiche e tumorali. Per fare questo, però, – bisogna dare sostegno al Centro e metterlo in grado di fornire linee guida uniche per tutte le chirurgie degli ospedali regionali e offrire un protocollo unico che indichi come affrontare questo genere di patologia. Sono necessari laboratori, ricercatori, nomi di grande prestigio e occorre inoltre puntare i riflettori nazionali e internazionali sulla sua attività.

Lapenna – Il Crob è un grande centro di ricerca e ho piena fiducia nel nuovo management che si è insediato. È indispensabile capire quale direzione si deve seguire. Non dobbiamo reclamare fondi nazionali per “assistere” questa struttura ma, invece, per qualificare l’offerta sanitaria da mettere a disposizione del panorama nazionale e internazionale, così come avviene per altre strutture del Paese. In un momento storico e politico determinante come quello che stiamo vivendo o ci si propone con dei centri di eccellenza o parte di quei 17 ospedali che si è deciso di mantenere saranno destinati a chiudere.

La riforma prevede anche la trasformazione del 118 in un Dipartimento interaziendale. Come giudicate questo processo?

Lapenna – Il 118 può funzionare in Basilicata se, al di là della trasformazioni, sarà collegato alla direzione generale del Dipartimento e se fungerà realmente come servizio di emergenza. Solo se tutte le ambulanze saranno medicai mente assistite si potrà essere d’aiuto ai cittadini: se si pensa, invece, di trasformare il  118 in una guardia medica allora ci troveremo di fronte a un fallimento. Il 118 ha bisogno di strumentazioni e per quanto attiene il sistema delle autoambulanze, ad oggi, non si è ancora fatto chiarezza. È vero che negli anni in cui il dott. Cannizzaro si è occupato del servizio come direttore del San Carlo di Potenza i risultati raggiunti sono stati positivi, ma è pur vero che un servizio di emergenza urgenza “all’americana” non l’abbiamo in nessun ospedale. Il 118 dovrebbe poter intervenire su tutto il territorio ma necessita di una organizzazione più capillare altrimenti, anche qui, si rischia un risultato fallimentare di cui si hanno già delle avvisaglie considerando che oggi il 118 viene interpretato in chiave assistenziale e non come risoluzione di problemi, nonostante sia dotato di operatori molto preparati. Il 118 deve rappresentare la cornice all’interno della quale devono poi operare i 17 ospedali presenti sul territorio regionale. Che diventi dipartimento o meno, l’importante è che mantenga la sua autonomia e che i territori siano attrezzati per consentire al meglio l’attuazione dei servizi. Un dato: gli elicotteri .del 118 possono raggiungere solo circa la metà dei comuni lucani: che servizio è questo per la cittadinanza?

Pittella – lo credo che sia stata una felicissima intuizione dell’allora assessore alla Sanità, Bubbico, la costituzione di questo servizio di emergenza-urgenza. All’epoca, l’impianto del piano della salute regionale fu redatto proprio attorno al sistema di questo servizio. Già allora si immaginava di dare una nuova missione alle Aziende sanitarie senza ridurle nel numero proprio alla luce dell’introduzione di questo sistema ormai collaudato. I risultati, in termini di risposta immediata alle esigenze dei cittadini, ci sono e sono positivi anche se, è vero, il servizio del 118 ancora stenta a coprire tutte le aree del territorio regionale. Ci sono problemi di costi, di tenuta, di organizzazione: medicalizzare un’autoambulanza e trovare medici che svolgano qual determinato ruolo non è cosa da niente. In questo senso, ha un suo valore la trasformazione del118 da ente a sé stante a una parte integrata all’interno del Dipartimento regionale della Sanità.

Come si integrano la riforma delle Asi e la legge n. 04/2007 sui servizi alla persona?

Pittella – Sono leggi che viaggiano insieme. La Legge n. 4/2007 attiene maggiormente al settore socio assistenziale e meno quello sanitario se non per alcuni aspetti, come ad esempio la riabilitazione dei pazienti con problemi psichiatrici. Sostanzialmente c’è un unico filo conduttore che si sostanzia nella volontà di fare rete e nell’azione sinergica tra i vari attori che concorrono a rispondere alla domanda di salute dei cittadini: Comuni, ex Aziende sanitarie, la Regione, le associazioni di volontariato. Più settori che intervengono affinché la società lucana si chiuda a rete includendo quella porzione che non sempre viene colta in tutta la sua drammaticità, solitudine, e in tutti i suoi bisogni. Questo aspetto non può non andare di concerto con quello più ampio della riorganizzazione sanitaria perché i distretti si occuperanno direttamente di assistenza, così come la stessa rete ospedaliera deve necessariamente rispondere ad alcuni aspetti e tematiche che la Legge 4 pone, soprattutto, per alcune malattie rare e patologie che sono a cavallo tra il sanitario e il socio assistenziale come, ad esempio, quelle che colpiscono i pazienti neuro psichiatrici. Ecco perché le leggi n. 4 e n. 12 possono essere considerate due facce della stessa medaglia.

Lapenna – Noi del centrodestra riteniamo che la maggioranza di centrosinistra che ha guidato negli anni la Regione abbia creato soltanto slogan: concretamente, come si sono risolti e si risolveranno i problemi? Le leggi della maggioranza, da un punto di vista di principi, sono tutte importanti ma nella loro applicazione  mancano di concretezza. Bisogna investire sui giovani lucani e modificare le piante organiche degli Enti puntando al ritorno dei giovani che si sono laureati fuori regione. Questo anche perché noi affidiamo l’applicazione di leggi innovative ad una classe dirigente ormai arcaica. Il vero tema, quindi, è: come la Regione intende investire sul materiale umano al di là di leggi che da un punto di vista di principio potremmo anche concordare.

 Testo di Valentina Colucci, foto di Giovanni Marino

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